Il nome dello stadio di Salerno, Arechi, mi ha evocato qualcosa di familiare, ma lì per lì, per quanto mi sforzassi di ricordare mentre guardavo la TV, non ne capivo bene il motivo. Vista la noia assoluta che mi appesantiva le palpebre durante la partita (francamente ben poco interessante), ho cercato di concentrarmi un po’ e, non riuscendo a venirne a capo, ho chiesto al mio amico sapientone, Matthias, anche lui mezzo assopito sul divano, cosa gli ricordasse quello stadio. E lui, risvegliandosi improvvisamente dal sonno, mi dice sicuro: «Ma certo! Come fai a non ricordartelo? È il Placito capuano!». Ovviamente aveva ragione, come al solito del resto: Arechi è il nome del giudice che nel 960 d.C. emise una sentenza per assegnare delle terre contese, sentenza di cui resta una importantissima testimonianza nel documento databile più antico e significativo dell’italiano, che è appunto il Placito capuano, considerato una sorta di atto di nascita della nostra lingua.
A quel punto ho pensato che potesse essere un simpatico segno del destino: l’atto di nascita dell’italiano alludeva forse alla nascita tanto attesa del nuovo Catanzaro di Caserta? Confortato da questa fortunata coincidenza ho ripreso a guardare la partita con maggiore interesse, nella speranza di vedere qualche guizzo, qualche zampata, qualche scambio significativo che mostrasse finalmente la fisionomia di una squadra in ripresa e in buona salute. Confesso che, col passare dei minuti, mi è sembrato vero piuttosto il contrario: ancora una volta abbiamo assistito a uno spettacolo poco piacevole ma soprattutto preoccupante, data la mancanza assoluta di tiri in porta e persino di calci d’angolo. Chi legge queste colonne, sa che personalmente non amo i ritmi ossessivi con cui oggi il calcio (e non solo quello, purtroppo) impone di ottenere ottimi risultati istantaneamente e quindi non mi sono mai meravigliato del fatto che una squadra profondamente rinnovata e partita in ritardo su ogni aspetto della preparazione e del mercato avesse tempi di costruzione rallentati. In effetti, come abbiamo già notato più volte, tante altre squadre hanno avuto analoghi problemi, finendo nei bassifondi della classifica addirittura alle nostre spalle. Tuttavia nelle ultime partite si è anche notato che varie di quelle squadre esibiscono ormai segnali chiari di ripresa e hanno iniziato a viaggiare a ritmi importanti, segno che i tempi sono ormai mediamente maturi e, se non nei risultati, almeno nel gioco qualche novità deve pur potersi intravedere.
Oggi c’è il Modena, poi una sosta, quindi la difficile trasferta di Bari e saremo così arrivati in vista della decima giornata: a quel punto si suppone che il nuovo Catanzaro debba aver mostrato il suo nuovo volto, debba aver raccolto qualche punto significativo e debba essersi tirato fuori dalle secche della sterilità di gioco che lo ha fin qui caratterizzato (basti pensare che siamo l’unica squadra che non ha ancora mai segnato in trasferta…).
Dante aveva descritto benissimo nella Divina Commedia la nostra condizione attuale: «Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria»: chiaramente oggi è per noi molto difficile sopportare la sproporzione tra il recente passato e l’immediato presente, ma continuo a pensare che serva pazienza e che la fretta di vedere progressi importanti, per quanto comprensibile, non sia una buona suggeritrice. Dunque, nonostante l’ennesima prova deludente, non riesco (ancora) a mettermi nelle fila di quanti ‒ ormai moltissimi e pure legittimamente ‒ chiedono a gran voce un nuovo corso. Tuttavia, concordo sul fatto che ogni pazienza abbia necessariamente un limite e aggiungo che quel limite, per sua stessa definizione, non può essere spostato oltre il punto in cui si trova (viene subito in mente la celeberrima versione di Totò: ogni limite ha una pazienza!). È un fatto naturale e comprensibile: può succedere di fare tardi per giustificati motivi, ma non deve succedere di non arrivare mai o di non far almeno capire che si sta arrivando. In questo senso la situazione del Catanzaro si adatta perfettamente a quanto ebbe ad affermare una volta Franklin D. Roosevelt: «Non abbiamo mai avuto così poco tempo per fare così tanto».