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Il derby del silenzio o dell’arte senza popolo

Ed eccoci arrivati alla partita più importante dell’anno, quella più sentita da tutti per tante ragioni masticate e rimasticate nel gran calderone della Storia. Il derby di Calabria, quello vero, quello che dà il sale a una intera stagione, l’unica partita in cui a contare non sono i punti in palio, ma ben altro: il senso delle cose, come sono state e come dovrebbero essere per ciascuna delle due parti in causa. Chi vincerà non penserà di certo ai tre punti in più in classifica, ma solo e soltanto all’indelebile tessera di gloria nel mosaico complicato di una storia ormai lunghissima. E chi perderà, senza mai minimamente pensare ai tre punti persi, resterà come al solito a guardare inebetito il pugno di mosche in mano che ronza nell’aria densa di invidia, a conferma evidente di un antico proverbio latino: «l’invidia è l’ombra della gloria».
Non è dunque difficile comprendere quanto sia spiacevole e assurdo il fatto che i tifosi giallorossi non possano assistere al derby e anche quanto sia stato spiacevole e assurdo il solo pensare di chiedere 30 euro per i biglietti: sono veri e propri oltraggi, per non dire bestemmie, verso la gente che ama il calcio e vive, sogna e prega per i propri colori. Sarà così un derby del silenzio, un po’ malinconico e mutilo; più o meno come se uno andasse a vedere il Colosseo senza trovare Roma intorno o come se la Torre di Pisa si ergesse splendida in mezzo al deserto. Chi pensa che l’arte sia solo cosa degli artisti non ha capito nulla di nulla: l’arte non è mai tale se non c’è chi la guarda e ne gode e il calcio è così, arte di popolo che senza popolo semplicemente muore o addirittura non esiste affatto.

Ho parlato di questo derby un po’ surreale con il mio amico Matthias e lui, come fa sempre, mi ha sciorinato al riguardo tutto un discorso strano dei suoi, questo: «Gli antichi Romani dicevano che la Storia è maestra di vita e dunque il passato ci indica la strada del futuro. Se traduciamo questo concetto in termini calcistici moderni, esso significa che le vicende degli oltre 50 derby tra Catanzaro e Cosenza parlano chiaro: i trionfi principali sono delle aquile, che il più delle volte hanno volteggiato fiere e vittoriose sopra i lupi rimasti rabbiosamente a digiuno a invidiare le altezze irraggiungibili degli avversari. Per questo dispiace a maggior ragione che ad assistere a uno spettacolo che è anche un rito tanto sacro quanto ciclico non ci sia il popolo dei devoti giallorossi, ingiustamente privati della possibilità di san tificare la loro festa principale».
Io mi sono limitato ad obiettare che non tutti la pensano così, visto che per le autorità questo è solo un fastidioso grattacapo da liquidare in fretta e senza guai e per i tifosi del Cosenza la storia di questi derby appare meno giallorossa di quello che si dice a Catanzaro. Matthias, che stava andando via, si è fermato sulla soglia e senza esitazione ha commentato così: «Dante avrebbe detto semplicemente “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, ma, trattandosi di aquile, penso che valga la pena ricordare soprattutto il grande filosofo tedesco Nietzsche, che diceva così: “Più voliamo in alto e più sembriamo piccoli a coloro che non sanno volare”. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro!».

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